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  • Nicola Mennichelli

'Insegnare (e vivere e pensare e fare) ai tempi del virus'



‘Non c’è più nessuno, sembrano tutti morti..’

‘Da settimane faccio lezione guardando in faccia una webcam e declamando nel vuoto di un vecchio dipartimento deserto’.

Sembra il preludio ad una nuova e imminente fine del mondo. Qualcosa che lascia presagire il peggio e non risparmiare nessuno. Ma se 'vuoto' spaventa, 'lezione' e 'webcam' sono metri che aiutano a perimetrare un presente conosciuto, seppur sconfusionato.

Il nostro. Il nuovo normale, fatto di instabilità e precarietà elevata al cubo, spazi piccolissimi e paure. Il tema del virus è visto qui esclusivamente con gli occhi impenetrabili del docente e i 'costi nascosti' dello studente-lavoratore.


Federico Bertoni, classe 1970, nasce a Fidenza (Parma), scrive e organizza seminari, convegni, gruppi e progetti di ricerca. Ma soprattutto insegna. E' laureato in Lettere moderne, con una tesi di laurea in Teoria della letteratura, dedicata a un'analisi teorica e narratologica

dal titolo 'Simulazione e dissimulazione delle voci: funzioni del narratore e creazione del lettore nei romanzi di V. Hugo'. Da Bergamo alla cugina Francia, ha conseguito le varie idoneità fino all'ottenimento del ruolo di professore associato. Il cv è lungo, diviso tra attività didattiche e scientifiche, ma tanto è per introdurre il nostro protagonista.

Insegnare e (vivere) ai tempi del virus, edito da 'semi/nottetempo', sembra tutto ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento. A metà, tra un manuale di sopravvivenza, o quasi, una lettura del reale e un pizzico di training autogeno. Ma soprattutto, un momento di riflessione.

Un momento lungo più di 2 anni, che se non ha sradicato l'intera burocrazia di stato, di sicuro ci ha costretti a un nuovo modo di stare al mondo.


Ed è subito curioso come a distanza di 27 anni quel titolo di laurea risulti molto attuale e degno di approfondimento. Non su Victor Hugo (lungi da me, unico et solo), quanto sull'idea di 'simulazione' e 'dissimulazione delle voci'. Entrambe concetti caratterizzati dalla finzione. Entrambi inerenti il tema dell'apprendimento.

In un continuo limbo tra empatia e distacco, l'autore tenta di fotografare il tempo della pandemia, seppur con una chiara impronta critico-politica.

Questo tentativo nasce dalla sua esperienza diretta e da una serie di riflessioni postume più ponderate sul ruolo dell'istituzione educativa all'interno della società. Lo scenario è quello dello smart-working, scenario bollato da 'uomini e donne in piccole stanze, bambini che razzolano e foto di famiglia sul comò’.

Per questo, come docente di cattedra, non è esente dalla realtà dei fatti. Quale?

Quella della 'teledidattica, didattica a distanza, didattica digitale, lezioni online, video lezioni, e-learning' per la quale Bertoni chiarisce senza troppi giri di parole:

'quasi tutti i docenti italiani non stanno facendo e-learning.' Al contrario, dice, sono 'costretti dall’emergenza sanitaria, [...] usando le tecnologie digitali come surrogato, strumento di supplenza' nel tentativo di non vendere a prezzo inferiore la qualità delle lezioni 'alla presunta dittatura della macchina'.

'Dittatura della macchina' è tanto forte quanto inequivocabile, per chi come lui, lavora e opera sul campo. V. Flusser, scrittore e filosofo di altri tempi, nel suo 'Filosofia del design',

nel capitolo 'La vecchia leva passa al contrattacco', parlava del rapporto uomo/macchina, in termini industriali e simili, del superamento della seconda sulla prima, come prolungamento degli arti umani, in grado di arrivare più lontano. 'L'uomo' diceva 'diventato schiavo intelligente di macchine relativamente stupide'. Come tale il pensiero del nostro autore sull'avvento della tecnologia non si può certo dire sia gratuito e infondato.


Ma se in un primo istante pare prendere una posizione a difesa del vecchio sistema, conservatore e sacramentale, fatto di 'docenti antimoderni seppelliti dalla storia',

dall'altro è evidente un passo verso le innovazioni didattiche e i medium digitali, popolati al contrario dai 'docenti integrati' o le 'caste sacerdotali' come le chiama Baricco.

Bertoni, infatti, si dice pronto a utilizzare qualunque innovazione o strumentazione che possa migliorare il suo lavoro, ma avvertendo ‘senza ottuse crociate tecnologiche e soprattutto senza speculazioni mercantili sulla pelle' dei colleghi e 'quella dei ragazzi.’


Poi c'è la distanza, qui intesa in un 'unica accezione che è quella che chiama 'pathos della distanza', paradosso politico di Cesare Cases, a cui asserisce Bertoni e che porta con sé fattori minimi: la solitudine, la disuguaglianza e il divario di genere.

Galimberti, dal canto suo, si è sempre dibattuto sul tema dell'educazione scolastica, ponendo invece l'accento della distanza come opportunità da cogliere. E per i docenti, che possono mostrare ed esibire impegno e spirito di sacrificio. E per i ragazzi, ricaricati dal modello positivo dei propri insegnanti.

Bertoni stesso, a favore della sua categoria, sottolinea come nel giro di poco tempo, docenti, tecnici e amministrativi, hanno saputo trasferire le proprie attività su web, con un ‘formidabile sforzo tecnico e umano’. Ma il tema sollevato da Galimberti, sul rapporto con i propri alunni e studenti è e resta un caso Poirottiano da 'celluline grigie' . Troppo complesso e difficile da sviscerare qui.


Sull'altra asserzione della distanza, quella della lezione, Bertoni non ha dubbi.

Non c’è baratto possibile tra presenza e distanza, salvo ragioni di forza maggiore (oggi) o calcoli di profitto economico (domani). E’ una prassi storico-culturale consolidata nei secoli, una sceneggiatura geniale nella sua semplicità minimalista.’

Un digital enthusiast e 'sacerdote' come K.Kelly, come leader di opposizione direbbe che 'la presenza' si 'attirerà gli utenti, ma è il quoziente di interattività che farà progredire la VR. L’interazione, a qualsiasi livello, si estenderà al resto del mondo tecnologico.’


Un teorico, ma tremendamente razionale, come Bertoni parla di ‘effetto di performance non riproducibile’, quell’esperienza di insegnanti e studenti che vivono solo nel 'qui e ora’.

Si dice sempre che si dovrebbe vivere nel #presente, nel momento attuale. Pascal Mercier diceva 'così si giungerebbe solo a muoversi rilassati e sicuri, con umorismo e malinconia adeguati, nel vasto paesaggio interiore che ci rappresenta'. Si ha di frequente la sensazione di riflettere proprio su quello che si sta facendo. [Mi rivolgo ai professori].


20 anni fa le nostre università si sono trasformate in consumer oriented corporations regolate da forme di governo e meccanismi di gestione importati dal mondo dell’impresa privata. Il modello denunciato nel libro è un modello basato su competizione, attrattività, immagine, qualità, rating e ranking e indici di produttività. Al di là dei tagli ai finanziamenti alla scuola, si è persa la centralità del ragazzo/a. Tanto per tornare a Galimberti.

"Quale valore ha la retorica dell’eccellenza se fuori da questa cattedrale nel deserto ci aspetta un contesto desolante?" Il video dell’atto di accusa di tre studentesse al sistema universitario, neodiplomate alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha recentemente riacceso il dibattito, trovando in pochi giornali, e nella marasma del web una potente cassa di risonanza.



Le ragioni dello schieramento contro la modalità blended del nostro educatore muovono dal fatto che richiede un impegno aggiuntivo da parte dei docenti - perché comporta un inevitabile aumento di lavoro non pattuito, banco di prova e ricatto per i precari - e l’uso disinvolto che PA e università stanno facendo di piattaforme informatiche.

E’ facile dedurre come Bertoni, che si autodefinisce ironicamente ‘nemico del popolo’, non sfavilli d fronte la prospettiva dell'online come 11esimo comandamento, piuttosto manifesta convintamente e invita ad essere ‘meno diligenti e un pò più lucidi’ tanto per cominciare andando a parlare con il conducente (Stato e governo) e spingendo affinché cambino rotta.


Che fare? Come nei più tascabili e pratici manuali di guida, anche Bertoni, si/ci lascia ad un'enumerazione di possibili azioni:

  1. Parlare al conducente: no farsi inibire dalla retorica dell’emergenza e della patria in pericolo, ma riflettere, chiedere conto, non dare per scontato

  2. Coordinarsi con i colleghi della scuola per affrontare i problemi comuni, senza dimenticare le differenze strutturali

  3. Imporre a ministri, rettori, organi di governo che qualunque trasformazione sia il risultato di scelte partecipate e condivise

  4. Chiedere che l’università e tutta la PA si dotino di piattaforme informatiche basate su software libero, pubblico, che escluda forme di profitto e garantisca la custodia attenta dei dati

  5. Non inseguire gli indicatori statistici e dunque, rassegnarsi a un'inevitabile fase di crisi.

  6. Pretendere che i ministri dell’istruzione diano risposte certe, sull’intenzione di tornare in aula il prima possibile

  7. (utopia) resistere con assoluta intransigenza ad ogni forzatura o speculazione per difendere un’idea di università pubblica, aperta, generalista come bene comune ed essenziale od ognuno resistere per sé.


Calvino diceva ‘l'unica cosa che vorrei insegnare, è un nuovo modo di guardare, cioè di essere nel mondo.'

‘Alla fine siamo sempre lì’ - da una parte il vecchio e dall'altra il nuovo.

Ci immaginiamo il futuro? Quanto e quando proviamo angoscia al pensiero di quello che capiterà? Le domande sulla scuola, sono le domande della nuova società.

#scuola #design #virus #tecnologie #tempo


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